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Oltre alle svalutazioni miliardarie, Filosa ha ereditato anche 46 miliardi di liquidità: una cassaforte piena e un patrimonio industriale ammaccato

L'effetto paradosso è servito: mentre a Bruxelles si discute di dazi etici e barriere intelligenti contro l'invasione asiatica, negli Stati Uniti la bocciatura della linea protezionistica di Donald Trump da parte della Corte Suprema riapre un fronte di incertezza che complica ulteriormente il quadro globale. Doveva essere l'era dei muri tariffari, rischia di trasformarsi nell'ennesimo labirinto giuridico. E nel labirinto, come sempre, si perdono gli investimenti.

Per un gruppo come Stellantis, già sospeso tra due sponde dell'Atlantico, la confusione sui dazi è molto più di un dettaglio commerciale: è un moltiplicatore di rischio. Perché l'auto è industria a ciclo lungo, capitale paziente, pianificazione decennale. Se cambiano le regole del commercio internazionale ogni trimestre, non si spostano solo le merci, si spostano i baricentri industriali. Il ceo del gruppo, Antonio Filosa, lo sa bene. Quando ha parlato degli «Stati Uniti motore della ripresa», non ha usato una metafora patriottica: ha indicato una rotta. E quella rotta oggi appare sempre meno tattica e sempre più strategica. Se il quadro europeo resterà incerto, il cuore produttivo e finanziario del gruppo non potrà che battere dove le regole sono più lineari, anche a costo di qualche scossone giudiziario.