Nelle ultime sedute abbiamo assistito a un tentativo di recupero del dollaro sui mercati valutari. A sostenere la banconota verde sono stati i verbali dell’ultimo meeting della Federal Reserve, con toni meno accomodanti di quanto atteso, ossia maggiormente da “falco”. Nessuna certezza sul futuro, mentre alcuni membri hanno addirittura voluto inserire come sia possibile un rialzo dei tassi qualora necessario per frenare un’eventuale ripresa dell’inflazione. Uno scenario poco probabile, anche considerando l’ormai imminente staffetta ai vertici della Banca centrale americana, con Warsh pronto a subentrare a Powell.
L’ANALISI
Stop ai dazi, boccata d’ossigeno per la democrazia Usa: il nodo dei rimborsi fino a 200 miliardi
La ripresa del dollaro si è scontrata con i dati relativi alla crescita americana, ben al di sotto delle attese. Nell’ultimo trimestre del 2025, infatti, gli Stati Uniti sono cresciuti ad un tasso annualizzato dell’1,40%, meno della metà del consensus, che era per un ben più largo +3,00%. Ad animare la chiusura della scorsa ottava, poi, la bocciatura della Corte Suprema dei dazi. Almeno in linea di principio una notizia positiva per l’azionario, anche se si aprono molti quesiti relativi ad eventuali retrocessioni per gli scorsi mesi e – potenzialmente – anche sulla tenuta dei conti americani senza gli introiti dei dazi. Complessivamente, però, le borse non sembrano soffrire troppo questo clima di incertezza, con l’S&P 500 che prosegue la lunga fase laterale di queste ultime settimane fra i 6.750 ed i 7.000 punti. Ben impostata anche l’Europa, con il FTSE Mib arrivato oltre quota 46.000 punti.








