NEW DELHI - La gran parte dei governi asiatici ha deciso di rispondere con una miscela di prudenza e attendismo alla decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti che venerdì ha invalidato buona parte dei dazi imposti negli ultimi dieci mesi dall’amministrazione Trump. La prudenza è dettata dalla consapevolezza che, nonostante la clamorosa sconfitta legale, lo stile negoziale estorsivo praticato in questi mesi dalla Casa Bianca non è destinato a tramontare improvvisamente. L’attendismo è figlio di una sentenza che potrebbe legittimamente invalidare gli accordi presi nei mesi scorsi (settimane nel caso dell’India, addirittura ore in quello dell’Indonesia) e che in molti casi non sono ancora stati ratificati dai Parlamenti nazionali, dove l’ostilità alle concessioni fatte sotto ricatto potrebbe montare.

La risposta indiana

Per il momento chi ha deciso di prendere tempo è l’India, di gran lunga il cliente più difficile tra quelli con cui si sono misurati in questi mesi i negoziatori americani. New Delhi stava per mandare una delegazione negli Stati Uniti per definire i dettagli di un’intesa tratteggiata a grandi linee nei giorni scorsi. «La decisione di rimandare la visita è stata presa dopo una discussione tra i funzionari di entrambe le parti», ha dichiarato una fonte anonima all’agenzia Reuters, aggiungendo che «non è stata fissata una nuova data». Sabato il ministero del Commercio indiano aveva fatto sapere che stava studiando il pronunciamento della Corte Suprema e le successive iniziative della Casa Bianca, che venerdì, in risposta alla bruciante sconfitta legale, ha annunciato dazi generalizzati del 10%, saliti il giorno successivo al 15 per cento.