«Dazio», ha detto e ripetuto Donald Trump, è la parola più bella del dizionario. La First lady gliel’ha fatta passare la prima volta, ha aggrottato le sopracciglia alla seconda, alla terza l’ha inchiodato. E siccome Trump, al terzo matrimonio, è diventato un osservante della regola “happy wife, happy life” (moglie felice, vita felice), ecco che la parola “dazio” è prudentemente scesa alla quinta posizione, dopo «amore, Dio, moglie e famiglia».
La Corte Suprema però ieri ha stabilito con 6 voti contro 3 che la Casa Bianca ha oltrepassato i limiti della sua autorità utilizzando l’International Emergency Economic Powers Act (Ieepa) per imporre dazi su decine di Paesi e abbiamo il sospetto che la seconda parola del poker trumpiano abbia cominciato a soffrire di vertigini. La Costituzione degli Stati Uniti, si legge nella sentenza, conferisce «solo al Congresso» il potere di imporre imposte in tempo di pace. «E le implicazioni dei dazi sugli affari esteri non rendono più probabile che il Congresso rinunci al suo potere», prosegue il documento. «Di conseguenza, il Presidente deve ottenere una chiara autorizzazione del Congresso per giustificare l’utilizzo straordinario di tale potere».
STOP AI DAZI, TRUMP CONTRO LA CORTE SUPREMA: "VOLEVO FARE IL BRAVO RAGAZZO. ORA TARIFFE EXTRA AL 10%"








