«Prabath Ekneligoda è il mio secondo padre. Il campo di Spinaceto è la mia seconda casa». Quello che per gli atleti del cricket romano - e nazionale - è un padre, per alcune delle atlete della stessa società sarebbe diventato un «padre padrone». E quel campo, descritto come una seconda casa, si sarebbe trasformato per diverse giocatrici di cricket nel peggiore degli incubi, fatto di abusi e paura. Timore di vedere la propria carriera cancellata per un no alle avances dell’allenatore, ora indagato dalla procura di Roma per violenza sessuale proprio nei confronti di una delle atlete della nazionale femminile in quel campo di Spinaceto. Ma il dubbio - e i pm romani lo stanno accertando - è che ci siano altri casi fotocopia. Questo perché l’atleta che ha denunciato sostiene di non essere stata l’unica a subire abusi, ma altre avrebbero mantenuto il terribile segreto per paura di ritorsioni sulla carriera.

«Ekneligoda gestisce un potere significativo nel mondo del cricket e per questo è particolarmente temuto dalle atlete», si legge nella denuncia sporta dall’atleta che ha avuto per prima il coraggio di raccontare quanto accadeva all’interno della società fondata dal 57enne. E ancora: «Grazie alla sua rete di conoscenze, l’allenatore è in grado di pregiudicare la carriera sportiva dei tesserati con i quali entra in contrapposizione». Qualcuno in effetti, racconta sempre l’atleta, ha avuto il coraggio di affrontarlo. Si tratta di un’altra tesserata che, venuta a conoscenza delle «relazioni sessuali intrattenute da Ekneligoda con tre atlete (maggiorenni) in cambio di un posto in nazionale femminile», lo ha affrontato. Risultato: sarebbe stata estromessa dalla squadra nazionale e l’indagato le avrebbe «intimato di non farne parola con nessuno».