Gli elefanti sono capaci di un fine controllo dei movimenti che eseguono con la loro proboscide, merito anche dei tantissimi peli (o baffi) che la ricoprono, piccoli gioielli di ingegneria verrebbe da dire a leggerne la descrizione fatta da alcuni esperti sulla rivista Science. Qui infatti un gruppo di ricercatori tedeschi presenta la descrizione dettagliatissima dei peli dell’elefante, spiegando come grazie alla loro struttura e morfologia i pachidermi riescano a manipolare oggetti con estrema accuratezza. E come in futuro potremmo approfittare di queste conoscenze per migliorare il tatto dei robot.
I peli della proboscide degli elefanti sono organi di tatto a tutti gli effetti, spiegano gli esperti, anche se molto diversi per esempio dalle vibrisse dei ratti (o dei ratti). Ed è stata proprio questa differenza a incuriosire l’esame attento dei baffi degli elefanti, come spiegano gli autori in apertura del loro articolo. Entrambi gli animali hanno dei meccanorecettori alla base del follicolo pilifero e sono innervati (così riescono a sentire), la differenza chiave è che i peli degli elefanti, oltre a non ricrescere, non sono collegati a dei muscoli grazie a cui possono essere mossi. A dissezionare il meccanismo delle vibrisse si è dedicata grossa parte della ricerca nel campo; meno invece quella che ha indagato le peculiarità dei peli degli elefanti, strutture che, continuano gli esperti, pur non essendo direttamente collegate a dei muscoli partecipano all’esplorazione e interazione ambientale, grazie all’enorme flessibilità di movimenti garantiti dalla proboscide stessa. Hanno qualcosa di particolare rispetto ai baffi dei ratti, pur non essendo dotati di una propria capacità attiva di esplorazione? Sì, come hanno mostrato le indagini.






