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È stato messo un limite a un'idea: che il commercio globale si governi a colpi di emergenza proclamata e tariffe brandite come randelli
Ci sono sentenze che fanno giurisprudenza. E ci sono sentenze che fanno politica economica. La decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti contro i dazi imposti nell'aprile 2025 dall'amministrazione Trump appartiene alla seconda categoria. Perché qui non è in discussione una virgola normativa. È stato messo un limite a un'idea: che il commercio globale si governi a colpi di emergenza proclamata e tariffe brandite come randelli. Trump aveva scelto la via più rapida: per farla breve, fino al 25% di dazi su interi comparti, promessa di riportare a casa la manifattura, incasso stimato 300 miliardi di dollari l'anno per le casse federali. Una terapia d'urto, raccontata come rinascimento industriale.
La realtà è stata meno epica. Crescita americana appena sopra il 2,2%, deficit pubblico di quasi 1.800 miliardi, deficit commerciale ancora oltre 900 miliardi, inflazione ancora alta al 2,9%. I dazi non hanno cambiato la geografia della produzione globale. Hanno semplicemente alzato i prezzi. Una tassa indiretta, travestita da patriottismo. Ma ora quel meccanismo si ferma. E si apre una fase nuova, ma non necessariamente più semplice.






