Danilo Toninelli è un Alessandro Di Battista che non ce l’ha fatta. Il bello pro-Pal è riuscito a rimanere nel giro, sposando cause talvolta spericolate ed essendo capace di restare serio anche mentre sdottoreggia di cose che conosce poco o, in nome dei diritti umani, traccia scenari geopolitici sotto i quali i peggiori dittatori del pianeta potrebbero mettere i loro like. Il palestrato della Bassa senza phisique du role, meno dotato anche di estro, è dovuto invece tornare al vecchio lavoro, quello di impiegato, la qual cosa gli lascia molto tempo libero, che lui impiega documentando sui social la sua nuova vita tra supermercati e parcheggi, borbottando contro tutto e tutti con marcato accento provinciale. Venuto giù con la piena dei Cinque Stelle, la sua odissea è cominciata quando, dopo due mandati, l’ex ministro delle Infrastrutture del governo gialloverde è stato lasciato a casa, come da statuto originale.

Da allora tempesta il popolo della Rete, sostenendo che il Movimento non è più lo stesso. E ha ragione, perché Giuseppe Conte, subito dopo aver defenestrato Grillo dalla sua creatura, ha abolito il limite delle due legislature. Non gli serviva più, giacché la tagliola era già scattata per liberarlo di tutto quel Carosello di improbabili, tra i quali il nostro spicca, portati fino al governo dai grillini per mancanza d’alternative. La sua ultima disavventura consiste nell’aver ricevuto una multa per aver parcheggiato l’auto senza mettere il disco orario in quella «landa desolata della Lombardia» (copyright Toninelli) che a suo dire è la città di Castellone, dove peraltro ha scelto di abitare. E chi se ne importa? Nessuno, visto che in media in Lombardia vengono fatte sei milioni di contravvenzioni l’anno. Però non c’è nulla come l’esperienza diretta per apprendere. Così, anche il meno dotato dei grillini vip, colui per il quale si sarebbe dovuto modificare il cardine ideologico del Movimento, da “uno vale uno” a “qualcuno vale mezzo”, anziché pagar tacendo, come lo obbligherebbe a fare la divisa da carabiniere che indossò ai tempi della leva, viene colto da illuminazione. «Ci danno le multe non per questioni di sicurezza o civiche, ma per fare cassa», denuncia colpito nel portafogli; e per una volta è dura dargli torto, se si considera che la sola Milano di Beppe Sala, che però non è una landa desolata, può incassare anche oltre duecento milioni l’anno dalle multe.