Nessun uomo è un’isola, ma una sola isola racconta appieno un uomo che la storia l’ha fatta. Caprera è Garibaldi, e ogni sasso, ogni zolla, ogni filo d’erba e ogni stilla di mare parlano di lui. È il luogo dell’anima di chi aveva perso con Nizza le radici della piccola patria, e aveva abbracciato la causa dell’unità italiana e quella della libertà divenendone un simbolo internazionale. Virman Cusenza, autore di L’altro Garibaldi. I diari di Caprera (Mondadori, pp. 210, euro 20), è partito dal luogo identificativo per raccontare la persona, uno dei pochi miti italiani da esportazione e assai probabilmente l’unico peril mestiere delle armi, come gli antichi condottieri. Conquistò la gloria militare all’italiana prima ancora che nella lingua entrasse prepotentemente l’aggettivo “garibaldino” grazie proprio alle sue gesta. Irregolare, combattente di terra che arrivava però dall’acqua salata, guerrigliero più che guerriero, comandante sul campo che dava l’esempio e non ordinava soltanto. Fece l’unità d’Italia regalandone la metà conquistata da lui, repubblicano mazziniano, a Vittorio Emanuele II, e in cambio chiese un sacco di sementi per fare l’agricoltore nella selvaggia Caprera, il suo buen retiro ma anche il simbolo di un esiliato.
Garibaldi, così il Generale trasformò la spada in aratro | Libero Quotidiano.it
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