Seppure in embrione, in Garibaldi è già presente il concetto di «matria» accanto a quello, tutto figlio dei suoi tempi, di patria. Il suo insistere sul ruolo accogliente e inclusivo della donna e sulle sue risorse, più adatte di quelle maschili a cucire un Paese ancora a brandelli, ci fa capire quanto l'istinto lo proiettasse in avanti di un secolo.
L'Italia che prende forma nella sua mente, nel corso dell'esilio sudamericano e in quello seguito al fallimento della Repubblica romana, è un luogo della libertà destinato ad accogliere le diverse anime dello Stivale, senza barriere religiose, etniche e sociali. Naturalmente il generale, uomo nato all'alba dell'Ottocento, è totalmente assorbito dal concetto di nazione e di appartenenza territoriale. Lotta per vederla unita, senza barriere e dogane, ma pur sempre indipendente e in grado di competere con gli altri Paesi. Quando parla del campo di battaglia esalta il coraggio italiano, contrapponendolo a quello francese, per esempio. Ma quando immagina il futuro, pensa mazzinianamente già all'Europa e auspica di risolvere i conflitti a venire attraverso una società delle nazioni che poi non è altro che l'archetipo dell'odierna complicatissima Onu. Le qualità della donna, dunque, diventano il centro di questo grande abbraccio che egli cercherà in tutta la sua carriera politica. E per rintracciarle nella forma a lui più istintiva si deve partire dalla madre Rosa e da Anita, la prima moglie morta a ventinove anni e mai realmente rimpiazzata da chi prenderà il suo posto nel corso dei decenni.






