Due sere fa incendiaria sui social, ieri pompiera in tv. Giorgia Meloni imbraccia l’estintore. E ventiquattr’ore dopo la sonora difesa di Sergio Mattarella nei confronti del Csm, l’organo di autogoverno delle toghe che il ministro della Giustizia Nordio aveva accostato alla criminalità organizzata, la premier rompe il silenzio. Linea istituzionale: «Ho trovato le parole del presidente giuste, direi anche doverose», mette a verbale Meloni comparendo alle 20 in punto sugli schermi di Sky Tg24, intervistata dal direttore Fabio Vitale. Col capo dello Stato in queste ore la leader del governo non si è sentita. Ciononostante, spiega di aver trovato «giusto» il «richiamo al rispetto delle istituzioni» che l’inquilino del Colle ha scandito presentandosi a sorpresa a Palazzo dei Marescialli. Così come le è parso «giusto», continua Meloni, «il passaggio in il presidente chiede che un’istituzione come il Csm si mantenga estranea dalle diatribe politiche». Sintonia totale, è il messaggio.

«Penso sia molto importante che la campagna referendaria rimanga sul merito» della riforma, avvisa la presidente del Consiglio. Che vede invece in atto un «tentativo di trascinare» il dibattito «in una sorta di lotta nel fango». Da parte di chi? Di quelli che «non possono stare nel merito» perché «hanno difficoltà» ad attaccare qualcosa che in passato avevano «per varie parti sostenuto e proposto». Insomma, del centrosinistra. Mentre buttarla in caciara «sicuramente non conviene a chi come noi ritiene di aver fatto una riforma di buon senso», che «inciderà molto oltre la durata dell’esecutivo».