Un festival "prudente, medio, normalizzato, che non vuole spaventare nessuno, senza picchi in alto né in basso": è il giudizio, "a una prima lettura dei testi", sulle canzoni in gara a Sanremo formulato da Lorenzo Coveri, già professore ordinario di Linguistica italiana nell'Università di Genova e accademico corrispondente della Crusca, tra i massimi studiosi della lingua della canzone italiana.

"Che lingua fa a Sanremo? Il mio voto generale, in media, è tra il 6 e il 7: non ho trovato nessun testo che mi abbia fatto saltare sulla sedia per l'originalità", spiega all'ANSA Coveri, che da anni condensa la sua analisi linguistica dei brani in schede pubblicate su MenteLocale Web Magazine e sul profilo Instagram dell'Accademia della Crusca.

"Da un lato è rimasto qualche cascame della vecchia canzone: molti usano le rime, le inversioni, giocano con le rime in monosillabi come 'me, te', sai', fai', anche se in modo ironico.

C'è poi la corrente cantautorale, che si confronta con il linguaggio poetico o almeno para poetico, direi di desiderio o attesa di poesia: su 30 canzoni, almeno 20 si rivolgono a un 'tu' indefinito, di solito l'amante, un grande classico di tutta la poesia del '900.

E ci sono tante metafore, traslati, forme figurate, alcune originali, ma altre banali. E poi c'è il rap, un rap che si porta dietro però un po' di tradizione della canzone d'autore".