Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano

Ultimo aggiornamento: 13:25

La data, il luogo e l’attore protagonista offrono la rappresentazione perfetta di una società che fa mercimonio di sé stessa: il 2 giugno 1992, sul panfilo reale Britannia attraccato nel porto di Civitavecchia, l’allora direttore generale del Tesoro Mario Draghi presentava a un selezionato uditorio internazionale (Goldman Sachs, Warburg, Merrill Lynch, British Invisibles e altre grandi banche) il piano italiano per fare cassa mediante cessione delle principali aziende pubbliche. A futura memoria, la consacrazione di costui a “migliore dei migliori”. “Il maestro di color che sanno” oggetto di permanente venerazione nei santuari della finanza d’affari e nell’informazione da establishment; quale santo protettore delle privatizzazioni scrivendo di proprio pugno il decreto 333/1992, che trasformava gli enti pubblici in società per azioni; dunque asset per il mercato. Da qui l’aura d’eccezionalità di cui è tuttora soffuso il personaggio; insieme al partner-liquidatore, sua interfaccia operativa all’interno dell’IRI, Romano Prodi: il finto pacioso, antemarcia con Massimo D’Alema nel culto autolesionistico della Terza Via (la Sinistra vince se si comporta da Destra. Più i retro-pensieri che la finanza ha vinto e il ricco è geneticamente superiore).