Gli Epstein Files e la giustificazione sufficiente per la platea («Comparire lì dentro non vuol dire essere colpevoli»), la posizione di Trump sul conflitto russo-ucraino («È vergognosa») e le foto accanto ai droni di Kiev. Nel leggere i resoconti della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco e del panel intitolato “La divisione Occidente-Occidente: ciò che resta dei valori comuni”, ci si accorge che l’ospite d’onore Hillary Clinton ha spaziato sui suddetti argomenti ma non si trova traccia del tema sul quale ha tentato il colpo a effetto-non riuscito, la gestione dell’immigrazione illegale. Affermando di fatto che: l’amministrazione Obama detiene il record di espulsioni (oltre 3 milioni), superando in molti anni anche i ritmi del primo Trump; l’amministrazione Clinton è stata la prima a implementare barriere fisiche significative e a inasprire le leggi sul diritto d’asilo varando l’Illegal Immigration Reform and Immigrant Responsibility Act nel 1996; la fermezza sulla sicurezza dei confini non è un’esclusiva della destra Maga, ma una politica di Stato che i Democratici hanno storicamente applicato con rigore.

Rivendicazioni di severità per le quali le scelte dell’amministrazione Trump sembrano in totale continuità con la linea Dem, alla faccia della narrazione che con Donald alla Casa Bianca siamo al razzismo di Stato. Il tutto, specifica Hillary, alla luce del fatto che «c’è una ragione legittima per portare avanti un dibattito su questioni come la migrazione», poiché il fenomeno «è andato troppo oltre, è stato fonte di disturbo e destabilizzazione, e deve essere risolto in modo umano», con metodi ben fissati affinché «non si torturino e non si uccidano le persone, e pensando a come avere una solida struttura familiare, perché essa è alla base della civiltà». Insomma, si attaccano le politiche di Trump rivendicando che quelle del marito e del precedessore Obama erano altrettanto rigide però educate, portate avanti con sani principi: un’operazione piuttosto traballante.