C’è molto da riflettere sulla reazione compiaciuta dei media mainstream alle dichiarazioni fatte da Hillary Clinton a margine del suo interrogatorio davanti alla commissione di sorveglianza del Congresso. Con una certa impudenza l’ex segretario di stato americano ha cercato di buttare la palla nel campo avversario chiedendo ai commissari di indagare su Donald Trump.
Una richiesta quasi surreale che glissa su quella che è la più acclarata evidenza che emerge dai documenti desecretati relativi al caso Epstein: è proprio il mondo della Clinton, il vasto arcipelago democratico e progressista che ha dato il tono alla cosiddetta “età della globalizzazione”, ad essere fortemente compromesso coi traffici, di denaro e di esseri umani, del finanziere pedofilo.
Nella reazione dei media, destinata a durare lo spazio di una mattina, ha agito molto il riemergere di quella che era stata la convinzione che li aveva mossi nel chiedere a gran voce la pubblicizzazione dei files: l’idea che da essi potessero emergere gravi reati compiuti dal presidente in carica, tali da poterlo mettere fuori gioco per la più classica delle vie extrapolitiche, cioè quella giudiziaria. Ora non solo questi reati non sono emersi, ma a venir fuori è stata una inimmaginabile rete di interessi e nefandezze che hanno fatto capo proprio a quelle élite mondiali globaliste che Trump, con la sua “rivoluzione conservatrice”, ha tentato e sta tentando, con un certo successo, di scalzare dal governo del mondo.














