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Il direttore del Giornale è intervenuto da Massimo Giletti per commentare le storture di un’inchiesta nata tra gli errori e che non sembra essersi ancora del tutto corretta

Il caso di Crans-Montana continua a far discutere e al centro del dibattito, inevitabilmente, c’è la gestione dell’indagine da parte della procura vallesana. La percezione è che, fin dall’inizio, ci siano stati troppi errori, nati probabilmente da una situazione che la procura guidata da Beatrice Pilloud non era pronta a gestire. 41 vittime e oltre 150 feriti configurano inevitabilmente una tragedia immane, che andrebbe realisticamente gestita come strage. Invece in Svizzera si continua a procedere per omicidio colposo, i due principali sospetti, Jessica e Jacques Moretti, sono liberi su cauzione e la rabbia dei genitori delle vittime cresce a dismisura.

“Il giornalismo mostra che può contribuire all’obbligo di verità: io ho già preso più di una querela dagli svizzeri in varie forme, perché dal secondo giorno ho detto, da giornalista, di avere l’impressione di una grande faida a Crans-Montana”, così ha spiegato il direttore de il Giornale Tommaso Cerno la sua posizione sul caso, che è sempre stata la stessa sulla ricerca di responsabilità e capacità di condurre l’indagine. Uno dei momenti che hanno maggiormente colpito e che sono la plastica rappresentazione di un problema importante nel Vallese si è registrato durante la prima conferenza stampa quando, ha proseguito il direttore, “il sindaco e il procuratore hanno fatto una conferenza stampa insieme”, perché “di fronte a una strage, sostanzialmente quasi intenzionale da quello che cominciamo a vedere”, il procuratore “se fosse lì a nome degli svizzeri di quel Cantone e delle loro leggi per fare giustizia, avrebbe fatto tutto tranne che una conferenza stampa con il primo che poteva essere indagato”.