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15 FEBBRAIO 2026
Ultimo aggiornamento: 9:14
Scegliere di sentirsi a casa in un luogo lontano ti costringe a confrontarti con un sentimento che spesso si vorrebbe evitare: la solitudine. Francesca Moja, che a Milano insegnava italiano agli stranieri, lo sa bene. Sa quanto sia importante conoscere una lingua per diventare cittadini, sa quanto sia spaventoso non avere nessuno a cui chiedere una mano. Per questo, quando ha deciso di lasciare Milano e si è trasferita a Lisbona, una delle prime cose che ha fatto è stata creare una rete di donne espatriate di ogni nazionalità, grazie a un semplice gruppo whatsapp. “Di giorno in giorno diventavamo sempre di più. Ora ci sono più di trecento iscritte. Organizziamo cene, ci aiutiamo a vicenda, e nel tempo si sono aggiunte anche tante donne di qui”, racconta. Mentre parla spesso ride, dopo 9 anni non ha perso l’entusiasmo: “Grazie al passaparola tante persone che non avevano nessuno ora non si sentono più sole”.
A Lisbona Francesca è arrivata a trentatré anni, con due bambine piccole, Teresa e Marta, e il marito Andrea, ingegnere informatico. In Italia insegnava anche inglese nelle scuole medie e superiori, sempre con contratti annuali. Ogni giugno salutava una classe e ricominciava da capo, tra graduatorie, supplenze e Naspi estive. Quando dal Portogallo è arrivata una proposta di lavoro, non hanno avuto dubbi, nonostante non conoscessero la città. I primi mesi sono stati un corpo a corpo con la lingua. Il portoghese le sembrava familiare, poi si è rivelato difficile. Francesca ha imparato lavorando come guida turistica per italiani, passando le giornate immersa in una lingua che non padroneggiava. Dopo quattro anni si è candidata per un posto nel municipio di Belém, uno dei quartieri con la più alta concentrazione di ambasciate. Prima come volontaria, poi come dipendente. Oggi lavora tra cultura e azione sociale: “A marzo stiamo organizzando la Festa della Primavera, in un parco qui vicino. Arriveranno sessanta bambini di una scuola di musica rumena, canteranno con i vestiti tradizionali. Ci saranno i laboratori, le musiche tipiche. Un modo per far incontrare le diverse comunità”.







