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Ultimo aggiornamento: 7:50
Ci siamo adattati alla finzione. Essa, come indica l’etimologia latina, significa ‘plasmare, foggiare o modellare’. Cresciuto in un contesto artistico-artigianale il temine ha trasformato il suo significato verso la simulazione o l’invenzione. Nell’accezione comune la finzione implica la rappresentazione di qualcosa che non è reale, spesso in conflitto con la verità. Si finge nel quotidiano tanto da smarrire i confini tra la narrazione vera, finta, immaginata e menzognera. A partire da molte delle nostre relazioni che sono plasmate dalla finzione per convenzione, convinzione o convenienza… Dal saluto al sorriso costruito per l’occasione o le parole che, appunto, fingono cordialità e rispetto.
I giochi olimpici invernali sono stati giusto inaugurati in una Milano blindata e trasformata in palcoscenico e passerella per re, principi, capi di stato e di istituzioni. L’abituale retorica di pace olimpica e auspicato appello a una tregua inesistente ne forgia le evidenti geopolitiche sportivo-commerciali. Neppure le competizioni, con tutto il rispetto degli atleti che daranno il meglio di sé, non arriveranno a nascondere la finzione che soggiace all’intera operazione. Alcuni Paesi sono stati esclusi dai Giochi mentre altri, in situazioni simili, sono stati accettati. Una finzione di apoliticità dello statuto olimpico che del nostro effimero mondo è una delle espressioni privilegiate.






