Amore e sottomissione possono stare cinematograficamente insieme? Escono contemporaneamente, e casualmente, nelle sale italiane Pillion e La Gioia e noi ne forziamo la coesistenza in maniera arbitraria perché pongono al centro del racconto un rapporto (senti)mentale di dominanza a senso unico tra presunte coppie disfunzionali. Il primo è tratto da un romanzo britannico (Box Hill) intriso di esplicito BDSM, tute in pelle da biker dominatori e con un introverso magrolino sognante controllore della sosta. Il secondo è estrapolato, va detto con tatto alquanto peregrino, da un raccapricciante e recente caso di cronaca nera italiano, con protagonisti un ragazzetto perverso, fluido e criminale e un’insegnante cinquantenne zitellona altrettanto invaghita del suo carnefice. Che i due titoli si incrocino in sala, dicevamo, è un caso. Che Pillion abbia più carte in regola di La Gioia lo è fino a un certo punto. Ma andiamo con ordine.
È molto divertente l’appellativo che Peter Bradshaw sul Guardian ha dato all’opera prima di Harry Lighton: un Wallace e Gromit sadomaso. Già, perché la storia di sesso, latex e vaselina che investe prima di tutto l’addetto alla sosta Colin (Harry Melling) richiama quella classica del padrone e del suo inequivocabile schiavo a quattro zampe, con tanto di collare (in sala ne trovate una versione imbarazzante anche in Cime tempestose, ndr), che si vede in un episodio dell’animazione Aardman. Colin non ha avuto grandi relazioni d’amore, anzi forse è proprio vergine su tutti i fronti, canta con il padre in un quartetto da pub e una sera, tra pinte di birra e lucine natalizie, riceve dall’aitante, biondo e muscoloso motociclista Ray (Alexander Skarsgård) un bigliettino con l’invito a vedersi nel tardo pomeriggio del giorno di Natale davanti a un supermercato.








