Tra gli obiettivi del progetto quello di contrastare la «propaganda omonazionalista» di Israele. Ma che vuol dire? Lo spiegano: «È l’uso dei diritti LGBTQIA+ come vetrina per mostrarsi progressista mentre si occultano politiche coloniali e violenze sistematiche» come «la pulizia etnica e il genocidio contro la popolazione palestinese». Insomma, va strappato quel «velo rosa», scrivono, «che per anni ha dipinto l’occupazione coloniale come una presunta forma di protezione per donne, lesbiche, gay, trans e queer palestinesi considerate vittime di un patriarcato». Va da sé che secondo questa interpretazione gay, lesbiche e trans a Gaza e nel mondo arabo se la passano alla grande… La barca transfemminista che punta a esportare la lotta al patriarcato si chiamerà Rafiqueer, fusione delle parole arabe rafiq/rafiqa, compagno/compagna, con l’immancabile queer, termine usato per includere identità sessuale e di genere di ogni colore e sfumatura. Il tutto suona un po’ paternalistico… «Il nostro è un approccio anticoloniale e anticolonialista, gli stessi queer palestinesi hanno detto: non ci dovete insegnare come si fa la liberazione queer, il problema sono i coloni, poi parliamo della liberazione sessuale», argomenta un’attivista.