Dopo anni di sofferenze, vendite in calo e profitti in picchiata, il settore del lusso è tornato a essere meritevole di attenzione? Le ultime trimestrali forniscono un quadro contrastante e in Borsa gli indici del comparto da inizio 2026 restano negativi, con punte del -9% per i cosiddetti consumi discrezionali. Eppure, tra le pieghe dei bilanci dei giganti francesi, qualcosa sta cambiando, anche se la strada per il recupero appare disseminata di ostacoli.
Se fosse per i sindacati, l’ex Ilva sarebbe già entrata nella storia dei fallimenti industriali. Sono mesi che la Cgil e la Uilm, la sigla dei metalmeccanici della Uil, non fanno che suonare le campane a morto per lo stabilimento siderurgico, descrivendo il piano del governo come un percorso verso la «chiusura inesorabile» o una «resa industriale». Invece a dispetto di queste Cassandre, a partire da maggio l’ex Ilva conta di tornare a Taranto, con due altorforni, il 2 e il 4, e quindi raggiungere una produzione di acciaio di 4 milioni di tonnellate su base annua come ha illustrato l’azienda nell’incontro con i sindacati metalmeccanici. La produzione sarà quindi a un livello in grado di reggere i costi, di far funzionare gli impianti del Nord e di riportare l’occupazione ai livelli ante sequestro dell’altoforno 1.







