La bufera che si è abbattuta ieri sugli asset gatherer italiani (Medionalum - 9,6%, Fineco-9,05%, BG -7,59%, Azimut -4,49%, Anima -0,58%) che non è detto sia passata sembra più la conseguenza di come e quanto il mercato stia valutando l’impatto dell’intelligenza artificiale sulla consulenza agli investimenti, senza fare però distinzioni tra modelli e mercati.
Lo scossone è partito dagli Usa, sulla scia della notizia che la start-up Altruist ha introdotto funzionalità di pianificazione fiscale basate sull’AI. Inutile negare che l’AI anche in questo campo è sempre più disruptive. Il timore è che se l’intelligenza artificiale diventa sempre più brava a costruire portafogli, ottimizzare la fiscalità, suggerire allocazioni e ribilanciamenti, la gestione potrebbe diventare standardizzata e ridurre il valore del professionista. Ma attenzione: se negli Usa il trading e il fai-da-te sono prevalenti (non è un caso che tra i più penalizzati ci sia Charles Schwab), il modello degli asset gathered italiani ha da sempre la sua forza sull’advisory professionale tramite consulenti finanziari.
Il modello reti e l’impatto dell’intelligenza artificiale
Delle cinque società italiane quotate – Anima, Azimut, Banca Generali, Banca Medionalum e Fineco – solo la prima non ha una rete. Le altre quattro hanno nei professionisti il motore della crescita: consulenti e banker sono il baricentro del mantenimento delle masse, effetto di una dinamica one-to-one, ma anche il tramite della crescita organica con l’acquisizione di nuovi flussi, con campagne di reclutamento sempre più focalizzate su professionisti di grande esperienza. Un tratto distintivo, questo, che è da sempre punto di forza di tutte le società italiane.













