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12 FEBBRAIO 2026
Ultimo aggiornamento: 8:09
Un insegnante con 20 anni di servizio, nonostante il rinnovo del contratto che nel frattempo gli ha assicurato un aumento di stipendio, oggi si ritrova più povero rispetto al 2019. Se è vero che con le riforme fiscali degli ultimi anni, tra taglio delle aliquote Irpef e riduzione del cuneo, paga meno tasse per oltre 1.400 euro complessivi, lo Stato è ancora “in debito” nei suoi confronti di 945 euro. Imposte che ha pagato in più per effetto del drenaggio fiscale, il fenomeno per cui in presenza di un maggior reddito nominale e con scaglioni e detrazioni non indicizzati i lavoratori si ritrovano a versare di più all’erario a scapito del proprio potere d’acquisto. Peggio è andata a chi fa il quadro nel settore metalmeccanico: ha subito una perdita netta di oltre 1.000 euro. Mentre per un responsabile vendite il saldo finale è di -922 euro. È solo qualche esempio del “prezzo nascosto” pagato dai dipendenti a cavallo del picco di inflazione registrato tra 2021 e 2023. Gli economisti Marco Leonardi e Leonzio Rizzo, nel libro omonimo appena uscito per Egea (Il prezzo nascosto – Lavoro, salari e fisco nell’Italia dell’inflazione), tirano le somme e propongono qualche soluzione.








