Carciofi egiziani che diventano romaneschi, tonnellate di passata di pomodoro di provenienza cinese o bulgara che, manco a dirlo, diventano made in Italy, tonnellate di riso in arrivo dall’Asia che inondano il mercato dell’Italia, primo produttore di riso in Europa e – immancabili – tonnellate di olio d’oliva di provenienza greca o tunisina che diventano extravergine italiano senza esserlo e, talvolta, senza neanche essere extravergine. Tutti prodotti la cui origine è stata accertata dalle forze dell’ordine ma che, nella pratica, viaggiano senza documenti di tracciabilità e per questo, come emerso in più di un caso, pronti a essere “nazionalizzati” ovvero ri-etichettati come italiani e poi immessi sul mercato senza che i consumatori siano messi nella condizione di identificarne la provenienza, esercitando inoltre una concorrenza sleale nei confronti di imprese che italiane lo sono davvero.
Aumentano i casi di concorrenza sleale
Merci che in qualche caso, come in quello dell’olio d’oliva, arrivano anche a colmare un vuoto d’offerta della produzione nazionale (insufficiente rispetto al fabbisogno) ma in altri, come nel caso dei carciofi egiziani importati nel pieno della campagna dei carciofi italiani, finiscono solo per provocare, come spesso denunciato dagli agricoltori, una pressione al ribasso sui prezzi.







