L’import di concentrato di pomodoro dalla Cina nel nostro Paese è crollato del 76%, passando in valore da oltre 75 milioni di dollari a meno di 13 milioni di dollari nei primi nove mesi del 2025 e in tutta la Ue l’export dell’oro rosso dal gigante asiatico è calato di oltre due-terzi.

Più che di un allarme rientrato per quello che mangiamo (in Italia una legge del 2005 impone l’uso di “prodotto fresco, lavorato entro 24 ore dalla raccolta, per le passate di pomodoro” vendute sul mercato italiano) si tratta di un punto a favore per la credibilità della nostra industria di trasformazione (dopo anni e anni di inchieste giornalistiche internazionali) e di un tema di grande attenzione da parte degli analisti, per l’ “onda d’urto” scatenata dalla rapidità sorprendente con cui 700mila tonnellate di concentrato di pomodoro invendute - l’equivalente di circa sei mesi di esportazioni - si sono accumulate negli stock del Dragone.

Il tema del pomodoro cinese esportato in Italia è un leitmotiv da almeno dieci anni: da quando cioè lo Xinjiang - regione polveriera a circa 3mila chilometri da Pechino per tensioni sociali e da spinte separatiste - è divenuta un colosso produttivo (sotto l’egida di coltivatori italiani), passando da 4,8 milioni di tonnellate a circa 11 milioni di tonnellate. La spinta propulsiva è arrivata dai bingtuan, ovvero i “Corpi di produzione” mandati dal Governo centrale per “far fiorire” il territorio a scapito degli abitanti autoctoni, gli uiguri, che da tempo rivendicano l’indipendenza. Su di loro - di religione musulmana e di lingua turcofona - da anni si consumano crimini contro l’umanità, con l’intento, da parte del regime cinese, «di rieducare».