Il ciclone Harry non ha “causato” vittime. E non “per miracolo”, come si usa dire in questi casi, ma grazie ai tempestivi sistemi di allerta precoce e all’efficace coordinamento tra protezione civile, comuni e servizi di emergenza. Ma resta il fatto che il ciclone Harry, che si è abbattuto su Sicilia, Sardegna e Calabria tra il 19 e il 22 gennaio 2026, avrà delle conseguenze. Ancora prima che l’emergenza si possa dire chiusa, con la frana di Niscemi che continua ad allargarsi e i suoi 1.606 abitanti ancora senza casa, è tempo di fare la conta dei danni. Di ragionare sulla ricostruzione. E su come mettere in atto le tanto discusse e auspicate misure di adattamento.Il ciclone extratropicale Harry ci dimostra cosa è diventato il MediterraneoIn termini meteorologici, il ciclone extratropicale Harry è il più intenso degli ultimi 40-50 anni, ha spiegato a Wired Italia il meteorologo Giulio Betti. Eccezionale, dunque, ma coerente con quanto gli esperti stanno osservando da tempo. “Il ciclone Harry si inserisce pienamente nelle dinamiche già documentate per i cicloni mediterranei intensi, indicando che l’attuale stato climatico del bacino favorisce fenomeni dotati di caratteristiche sempre più simili ai medicane, ossia i cicloni mediterranei a struttura tropicale”, confermano a Wired Italia Filippo D'Ascola e Andrea Salmeri, del Centro nazionale coste dell'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra).“Il Mediterraneo è riconosciuto come hotspot climatico, con un aumento del riscaldamento delle acque marine fino a +2.5°C rispetto alla media. Questo aumento di temperatura incrementa l’umidità atmosferica e l’energia disponibile per la ciclogenesi, favorendo sia la formazione di cicloni più intensi, generando venti oltre i 100 km/h, sia l’aumento della precipitazione estrema fino a 150 mm al giorno, associata ai sistemi ciclonici – continuano –. Nel complesso, l’insieme delle evidenze scientifiche mostra che Harry non è un’anomalia isolata, ma un esempio di come il Mediterraneo stia diventando progressivamente più favorevole allo sviluppo di cicloni intensi, in risposta diretta al surriscaldamento globale dovuto ai cambiamenti climatici in corso”.Le informazioni che arrivano da giornalisti e ong hanno portato alla stima di mille morti nel Mediterraneo centrale durante il ciclone Harry. Per ora la politica taceÈ plausibile che c’entri il riscaldamento globale, ma non abbiamo ancora prove certeCiò non significa automaticamente che il ciclone Harry sia figlio del riscaldamento globale. Sappiamo infatti per certo che l’aumento della temperatura media della Terra rende gli eventi meteo estremi più intensi e frequenti. Ma verificare se abbia inciso su uno specifico fenomeno è compito di una branca della climatologia, chiamata scienza dell’attribuzione. Per questi studi, che si basano su modelli, serve tempo.Il consorzio scientifico internazionale Climameter è già riuscito a pubblicare un’analisi preliminare che mette a confronto i pochi eventi meteorologici simili al ciclone Harry avvenuti nel periodo recente (1988-2025) e nei decenni precedenti (1950-1987). Rispetto al passato sono cambiate le temperature, che oggi sono di 1-2 °C più alte, e i venti, di 4-8 km/h più forti. Lo studio – vale la pena di ribadirlo – è preliminare, esamina un numero limitato di eventi e non è ancora stato sottoposto a peer-review. Ma suggerisce come questa variazione possa essere riconducibile alle attività umane.Passato il ciclone Harry, è il momento della conta dei danni (e non sarà facile)Le cause, dunque, sono da accertare. Le conseguenze le abbiamo viste con i nostri occhi: il centro storico di Niscemi in bilico su un baratro che continua ad arretrare, spiagge cancellate, stabilimenti balneari spazzati via, case e negozi sventrati, barche trascinate sulla terraferma. Nei giorni immediatamente successivi all’emergenza è circolata parecchio la stima di due miliardi di euro di danni nelle tre regioni colpite.La Sicilia, da sola, potrebbe superare il miliardo. La prima stima infatti si attesta sui 741 milioni di euro, di cui 244 a Catania, 202,5 a Messina e 159,8 a Siracusa. La governatrice sarda Alessandra Todde all’indomani del disastro ha parlato di 200 milioni di euro di anni, il suo omologo calabrese Roberto Occhiuto di 300 milioni. Questi primi conteggi andranno affinati – spiegano a Wired Italia dalla regione Sicilia – sulla base delle perizie che le imprese stanno effettuando in questi giorni e che verranno trasmesse alle regioni.Resta poi da conteggiare l’impatto sul prodotto interno lordo (Pil) del 2026: le prime valutazioni lo collocano attorno allo 0,8-0,1% nelle aree più esposte. Il settore che esprime più preoccupazioni è il turismo, alle prese con la necessità di condurre perizie, progettare nuove strutture e reperire i materiali per costruirle. Tutto questo con la stagione estiva alle porte.Le polizze catastrofali obbligatorie stavolta non sono servite quasi a nienteSalvo sporadiche eccezioni, queste imprese non potranno farsi risarcire i danni dalla propria compagnia assicurativa. Perché è vero che il governo italiano ha imposto la stipula delle polizze assicurative per le catastrofi naturali (Cat Nat, in gergo), con un iter tortuoso e contestato. È vero che, anche dopo le numerose proroghe che si sono susseguite, l’obbligo è in vigore: per le grandi (oltre i 250 dipendenti) dal 31 marzo 2025, per le medie (20-250 dipendenti) dal 1 ottobre e per le piccole e micro imprese dal 31 dicembre. Ma il decreto Milleproroghe 2026 ha spostato la scadenza al 31 marzo 2026 per i settori della pesca e dell’acquacoltura e per le piccole e micro imprese turistiche, ricettive e di somministrazione di alimenti e bevande. Vale a dire i bar, lidi, alberghi e ristoranti nelle località balneari travolte del ciclone Harry.C’è di più: il testo standard della polizza, elaborato dal governo insieme alle compagnie assicurative, prevede la copertura dei danni per terremoti, alluvioni, frane, inondazioni ed esondazioni. Non nomina piogge intense, venti estremi né mareggiate. È possibile aggiungere queste garanzie aggiuntive pagando un costo extra, ma la legge non lo impone. Con l’avvio delle prime perizie, sottolinea il Corriere della Sera, potrebbe quindi crearsi un paradosso: le imprese non in regola tagliate fuori da ristori e contributi pubblici per la ricostruzione, quelle in regola che comunque non hanno diritto di farsi risarcire.Gli aiuti pubblici per l’emergenza e la ricostruzione: quanti sono, quando arriverannoDovranno inevitabilmente entrare in gioco gli aiuti pubblici. Anche su questo fronte, gli strumenti e le modalità prendono corpo di giorno in giorno. In Sicilia, la giunta ha stanziato 50 milioni di euro da spendere nell’immediato per affrontare le situazioni più gravi. In più, ha deliberato un disegno di legge finanziario, già approvato dall’assemblea regionale, che consente di accedere ad altri 40,8 milioni di euro dai fondi globali regionali. Di questi, 20 sono di ristori per le attività commerciali danneggiate, 5 per la pesca e altrettanti per l’agricoltura. Gli altri servono a compensare le mancate entrate legate alle concessioni balneari (10 milioni) e ai pedaggi autostradali (800mila euro). La regione, tramite una cabina di regia dedicata, ha promesso procedure semplificate per l’erogazione dei contributi.In Sardegna è in corso la valutazione dello stato ambientale delle coste. E si è aperta una querelle sulla Posidonia oceanica, preziosa pianta marina endemica del mar Mediterraneo. Con il passaggio del ciclone, infatti, le spiagge sono state ricoperte da cumuli di posidonia strappata: i sindaci premono per rimuoverla ritenendola antiestetica e maleodorante, mentre gli esperti invitano alla prudenza perché aiuta a stabilizzare le coste. Tornando ai fondi a disposizione, l’assessora all’Ambiente Rosanna Laconi ha fatto sapere che le risorse regionali ammontano a 15,5 milioni di euro: 5,5 immediatamente disponibili, gli altri 10 previsti in finanziaria. A differenza di Sicilia e Sardegna, mentre scriviamo questo articolo la regione Calabria non ha ancora annunciato uno stanziamento ad hoc per i danni del ciclone Harry.Fin qui, i soldi stanziati dalle regioni. Poi ci sono quelli del Fondo per le emergenze nazionali. La delibera del Consiglio dei ministri che il 26 gennaio ha istituito lo stato di emergenza ha messo a disposizione cento milioni di euro distribuiti in parti uguali tra Sicilia, Sardegna e Calabria. Sono risorse destinate all’assistenza alla popolazione e gli interventi immediati, come la rimozione dei detriti. Il ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare, Nello Musumeci, ha già chiarito che “non appena le tre Regioni avranno definito nel dettaglio l’entità dei danni e la priorità degli interventi, il governo adotterà un primo provvedimento interministeriale, per consentire il ripristino e la ricostruzione delle infrastrutture danneggiate, pubbliche e private”.Non basta riparare i danni, bisogna adattare il territorio al meteo estremoIl sostegno alle popolazioni colpite dal meteo estremo è un capitolo. Poi ce n’è un altro, diverso, che difficilmente sale alla ribalta perché non dà risultati immediati: è l’adattamento del territorio ai cambiamenti climatici. A differenza degli interventi d'emergenza, l’adattamento non funziona per nessi diretti di causa ed effetto. I suoi risultati si misurano nel tempo, spesso in negativo – in ciò che non accade, nei danni evitati – e non sempre sono immediatamente riconoscibili.L’Italia ha un Piano di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc), rimasto pressoché fermo da dicembre 2023. All’inizio del 2026 è stato anche istituito l’Osservatorio nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici, che avrebbe dovuto essere operativo fin dal primo semestre del 2024. L’organizzazione ambientalista Wwf, nel denunciare questi ritardi, esorta ad attivare piani strategici locali soprattutto nelle aree più a rischio: oltre a quelle investite dal ciclone Harry, cita anche la costa nord adriatica tra Emilia-Romagna, Veneto e Friuli-Venezia Giulia.In molti casi, adattare il territorio significa ridare spazio a infrastrutture naturali che l’uomo ha compromesso. “La priorità riguarda attivare e continuare a implementare le pianificazioni a livello regionale e sovra-regionale con degli scopi ben precisi, tutti nell’orizzonte di riattivare i processi naturali che rigenerano le spiagge”, spiegano Filippo D'Ascola e Andrea Salmeri di Ispra. Questi processi naturali sono “la rinaturalizzazione dei fiumi e tutte quelle azioni che possono incrementare l’apporto di sedimento alla foce, spesso quasi azzerato da opere di regimentazione e prelievo di sabbia per l’edilizia”. Poi “la modifica, ove possibile, delle opere antropiche esistenti come porti e foci armate”, seguita dalla “progettazione dei nuovi interventi in modo da riattivare il trasporto del sedimento lungo la costa realizzato proprio dalle mareggiate”. Infine, la “rinaturalizzazione del retrospiaggia, con le dune costiere che svolgono la loro funzione di riserva di sedimento in caso di eventi meteorologici eccezionali come Harry”.Dalla frana di Niscemi a quella di Petacciato fino ai dati Ispra sul dissesto idrogeologico: perché quasi tutti i comuni italiani hanno aree a rischio e come si può provare a fermare una delle più grandi frane d’Europa