ROMA Basta lezioni e professorini che salgono in cattedra, stop ai simposi legali, ai dibattiti su cavilli e quisquilie. La battaglia per la riforma della giustizia entra nel vivo. E da oggi in poi si farà più politica che mai. Dopo l’ultimo “affronto” della Cassazione, che ha costretto di sabato mattina i ministri a correre ai ripari modificando il quesito, dal governo vogliono calare la campagna referendaria nell’agone politico. Cioè in piazza. Dove scenderà Giorgia Meloni in persona: la presidente del Consiglio calcherà a metà marzo il palco del comizio finale del centrodestra per il sì. Insieme a Matteo Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi.

Altro che “depoliticizzare”: la posta in gioco è troppo alta. E a dimostrarlo c’è il lavorio dietro le quinte, tra Palazzo Chigi e via Arenula, per lanciare in una tournée elettorale un ministro solitamente poco incline ai grandi palcoscenici. Carlo Nordio on tour? Sembra proprio di sì. C’è già una roadmap studiata nei minimi dettagli per far solcare in lungo e in largo lo Stivale al ministro ed ex pm che ha firmato la separazione delle carriere.

Dieci tappe in meno di un mese. Milano, Verona, Bologna, Napoli, Salerno, Pompei. E ancora Bari, Taranto, Potenza, Messina. Tour-de-force. Meloni stessa ha chiesto ai ministri di mobilitarsi. E se in pubblico e in tv la presidente del Consiglio continua a chiedere agli italiani un voto “sulla riforma” e non sul governo, nei colloqui con i suoi più stretti collaboratori ha realizzato la necessità di un cambio di strategia. Politica e comunicativa. La campagna per il sì, è il senso dei ragionamenti condivisi dalla leader con il “cerchio magico”, è poco immediata. Insomma fatica a “bucare” lo schermo. In altre parole, non è detto che il dibattito sul merito della riforma - il nuovo Csm, l’Alta Corte, il sorteggio dei togati per dare uno scossone alle correnti - basti per trascinare alle urne gli italiani nel primo week end di primavera, il 22 e il 23 marzo. Di qui lo sprint e la virata comunicativa. Da un lato le piazze. Il comizio finale con l’arringa della premier e dei capi della coalizione potrebbe tenersi a Napoli. Idea che stuzzica da tempo i consiglieri della leader perché, ha scritto Il Fatto, suonerebbe come un guanto di sfida al volto di punta della campagna del no, il procuratore capo di Napoli Nicola Gratteri. Ma non è escluso che il maxi-palco per il “Sì” sia allestito a Milano o a Roma. È ancora tutto in divenire. I sondaggi sulla scrivania della premier, continuamente aggiornati, non destano per ora troppa preoccupazione ai piani alti del governo, se è vero che fotografano il Sì con un discreto vantaggio. Ma la partita si gioca sulla partecipazione e in un referendum che non ha un quorum minimo resta apertissima. Chi vincerà la sfida delle file ai seggi? Il fronte pro-riforma o il fronte “anti-Meloni”? A sinistra hanno fiutato l’occasione ed ecco la campagna farsi più politica che mai. La separazione delle carriere sullo sfondo, in primo piano invece il guanto di sfida al governo e il sogno della spallata a un anno dalle elezioni politiche. Ancora ieri, intervenendo a Padova a un’iniziativa del Pd per il no, la segretaria Elly Schlein chiamava i suoi elettori a raccolta per «difendere la Costituzione» condannando «gli attacchi indegni ai giudici» del governo nelle ultime ore. «Si vede che vogliono strumentalizzare qualsiasi cosa per la loro campagna elettorale a favore del sì. Motivo di più per insistere per il no». Un po’ ovunque calzano l’elmetto. A partire dal centrodestra dove gli animi sono agitati per “l’affronto” della Cassazione. Cioè il braccio di ferro con i giudici del Palazzaccio sul quesito referendario e sulla data del voto, che l’esecutivo ha deciso di lasciare inalterata con il placet del Quirinale. Ancora ieri si levavano voci indignate a destra contro la Corte suprema e l’ordinanza che ha costretto il governo a riscrivere in fretta e furia il quesito.