ROMA Non è uno scatto da centometrista ma poco ci manca. La maggioranza taglia il traguardo della raccolta firme per il referendum sulla riforma della giustizia, mentre il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, che venerdì scorso aveva usato parole di fuoco contro la magistratura, a sera smorza i toni e tende la mano alle toghe. Se passa il sì, dice ospite di 10 Minuti su Rete 4, «deponiamo le armi», trattando sulla legge attuativa. Cosa, rimarca l’ex magistrato, che l’Anm si è rifiutata di fare la scorsa primavera. Ma se gli italiani nel segreto delle urne benediranno la riforma, allora occorrerà «togliere dallo scaffale il libro apocalisse e mettere quello di un confronto civile, anche perché abbiamo bisogno della prospettiva dei magistrati».

Intanto il centrodestra accelera per lanciare un segnale che suona come un “siamo pronti, flettiamo i muscoli”. Ad appena 24 ore dal via è infatti la maggioranza alla Camera a centrare per prima l’obiettivo quota 80, il numero di firme necessario per avviare l’iter referendario. E così, ancor prima che a Palazzo Madama si avvii la procedura - appuntamento alle 17.30 in Sala Pannini -il centrodestra a Montecitorio ha già fatto il suo, con i capigruppo di Fdi, Lega, Forza Italia e Noi Moderati che attorno a ora di pranzo raggiungono il “Palazzaccio” per consegnare le firme su un lungotevere baciato dal sole manco fosse primavera. L’ultima sigla - l’ottantesima in calce - è del capogruppo di Fdi Galeazzo Bignami, quasi a rappresentare plasticamente il sigillo sulla riforma del partito di via Scrofa, “casa” della presidente del Consiglio. I meno solerti, nella corsa a quota 80, i leghisti: ma non per snobbismo verso il restyling della magistratura, assicura il capogruppo Riccardo Molinari, «semplicemente lunedì in pochi erano a Montecitorio», dove i lavori solitamente entrano nel vivo a partire dal martedì, ché il giorno prima si tira il fiato, «quindi i “romani” hanno fatto prima di noi». E se è vero che alla Camera Fdi, Fi e compagnia hanno messo il turbo, a Palazzo Madama si assiste a una vera e propria corsa alla Speedy Gonzales. Alle 17.30 c’è già la fila davanti alla Sala al piano Aula, dove i senatori devono recarsi per apporre le loro firme. Il primo che si fa largo, manco a dirlo, è il forzista Maurizio Gasparri, che appena un’ora dopo esulta: «58 firme, ci siamo!». Perché il quorum al Senato è dimezzato rispetto all’altra ala del Parlamento: bastano 40 sigle appena per correre - è proprio il caso di dirlo - in Cassazione, dove i capigruppo di maggioranza a Palazzo Madama si recheranno questa mattina. È il centrosinistra in tutto questo? Bé di certo non ha indossato le scarpe chiodate, come mostrano i numeri: a sera alla Camera hanno firmato 50 deputati appena, e tra questi manca nientepopodimeno che Elly Schlein, impegnata al Nazareno per la contro-manovra dem, mentre spicca, perfettamente leggibile, la firma di Giuseppe Conte. Al Senato, dove Francesco Boccia si muove tra gli scranni per incentivare i suoi ad andare a firmare, la sinistra è appena sopra quota 20 quando il centrodestra supera il “quorum”.