Nel posto dello scudetto al tempo delle fragole, la Virtus riscopre una notte di magie. Svaligia la casa di Brescia, la raggiunge in classifica e così la precede grazie al 2-0 negli scontri diretti. Ora è prima e l’altra seconda, anche alla pari, restando 10 partite ad entrambe per litigarsi la pole position nei playoff, in ballo pure Milano e Venezia che vengono dietro. Lo spareggio sorride a trentadue denti agli ospiti, la fuga della Leonessa è sventata. Il modo è assoluto, tranciante. Mai dietro, l’Olidata, in tutti i 40’. Avanti alla fine di 17, prima di alzarsi dal manubrio. Invalicabile in difesa, appuntita in attacco, sempre al ritmo scelto da mastro Ivanovic, accurato stratega di questa scacchiera (non la prima, in carriera): una manovra calma, quasi lenta, avvolgente come le spire di un boa, soffocante per chi non riusciva a scaricare a terra i cavalli. L’impresa è nata in trincea, dove ognuno ha domato il suo e, potendo, dato una mano ai compagni. Della Valle (4/11, diversi tiri impiccati) è stato soggiogato da Jallow, Akele alla lunga ha zittito Ndour, comunque il più vivo dei suoi (inclusa sclerata finale con quinto fallo), Diouf ha assediato Bilan e infine sbucavano ovunque i due capi spirituali della conquista in terra straniera: Hackett, multiforme anche al tiro e in regia (2/ 3, 5 assist), e soprattutto Niang, che le ha toccate tutte e non starà mai riflesso nei nudi e avari numeri, 4/8 e 7 rimbalzi, apparente ordinaria amministrazione per uno che ha giocato in formato Folletto, aspirando tutto. A questa matita la Virtus stava silenziosamente facendo la punta da otto giorni, quelli delle tre sconfitte di fila. Era questa la sua Rodi, era qui che doveva saltare. Lo spareggio per il primato, nel vero trofeo contendibile della giostra nazionale. Fatto, con un’autorevolezza spietata, aspettando in un lungo primo tempo cantato in coro (più Morgan, 6/10 alla fine) che irrompessero nel secondo le prime punte (Edwards 5/13 e Alston 4/6, letali nella ripresa).