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Ultimo aggiornamento: 7:56

Esistono al mondo luoghi che possiamo considerare eliche centrifughe di pace, esperienze, esempi di valore universale che remano controcorrente nelle acque agitate della guerra. Il villaggio di Neve Shalom – Wahat Al-Salam (Oasi di pace, in ebraico e in arabo) fondato dal padre domenicano Bruno Hussar nel 1969, che si trova in Israele, a metà strada tra Gerusalemme e Tel Aviv, appartiene a questa categoria.

Ne parlo con Giulia Ceccutti, autrice per In Dialogo di Respirare il futuro, il libro che racconta attraverso le testimonianze di chi ci vive e opera, il passato e il presente di questo esperimento, non abbastanza celebrato. Un gruppo di 75 case per oltre 350 abitanti, distribuiti equamente tra ebrei e palestinesi, con una scuola primaria frequentata da più di 200 bambini, che per tre quarti ogni giorno arrivano da varie località e comunità nei dintorni. Le età vanno dai 6 anni in su per le 6 classi che regolano la primaria in Israele. I contenuti didattici sono bilingui per ogni materia.

Non solo due lingue, ma anche il racconto storico viene visto dai diversi punti di origine. Il bilinguismo si cerca di svilupparlo anche a casa, in modo che questa chiave unitaria non rimanga relegata alle aule scolastiche. A questo punto è impossibile però non parlare con Giulia del dopo 7 ottobre 2023 e della guerra a Gaza: “Dopo il 7 ottobre nessuno ha lasciato, e dopo che la scuola è rimasta chiusa per due settimane come in tutto il Paese, hanno ripreso affrontando la fatica, il dolore e il lutto”. Non devono essere stati facili quei giorni e i due anni successivi, anche se alla fine ha prevalso l’energia di chi decide di rialzarsi, senza sfuggire alla tragedia in corso.