PORDENONE - Viaggi di lavoro in Bosnia nel periodo della guerra dei Balcani? «Assolutamente no, non lavoravamo lì in quegli anni». Diventa sempre più contorta, poche ore prima dell’interrogatorio di Milano, la vicenda del presunto "cecchino del weekend" di San Vito al Tagliamento, l’80enne Giuseppe Vegnaduzzo indagato per omicidio volontario aggravato dalla Procura meneghina. A rivelare un tassello che ancora mancava, infatti, è oggi quello che negli anni Novanta era il datore di lavoro (per una nota ditta della cittadina) dell’uomo sospettato di aver preso parte – dalle colline di Sarajevo – al macabro rituale della “caccia all’uomo” nella capitale della Bosnia stretta d’assedio dai serbo-bosniaci.

«Chiarirò la mia posizione ai giudici». Vegnaduzzo, come riportato ieri, non starà in silenzio nell’interrogatorio di oggi. Ma potrebbe essere costretto a dover illustrare un dettaglio in più. L’80enne di San Vito al Tagliamento, che ha sostenuto di essere stato in Bosnia per lavoro negli anni della guerra balcanica, è stato infatti smentito da chi quel lavoro lo controllava. E lo assegnava. «Durante il conflitto – ammette senza palesare alcun dubbio – non abbiamo mai avuto lavori o commesse in Bosnia e in generale nei Paesi coinvolti nella guerra». Alcuni viaggi verso l’Europa dell’est dell’ottantenne di San Vito sarebbero avvenuti – per lavoro, s’intende – nel periodo immediatamente successivo, cioè a partire dal 1996. A quel tempo Vegnaduzzo era in pensione ma accompagnava una figura commerciale come autista verso la Repubblica Ceca e l’Ungheria.