Orgogliosamente ostinato nelle sue abitudini, Massimo D’Alema non ha voluto mancare all’appuntamento con la sorpresa annunciando, fra mostre e celebrazioni, il suo no referendario alla riforma costituzionale della magistratura, più che della giustizia declamata con qualche esagerazione anche dai sostenitori.

La sorpresa deriva dal ricordo, che personalmente ho nitido- confermato anche da autorevoli testimonianze di cui scriverò- dello stesso D’Alema presidente della più celebre, direi, delle commissioni bicamerali per riforme più o meno organiche della Costituzione. Presidente, nel 1997, per scelta soprattutto di Silvio Berlusconi, che dai banchi dell’opposizione di centrodestra lo preferì ad altri esponenti della sinistra che ambivano a quella carica, neppure tanto dietro le quinte. Nacque anche da quella scelta il personaggio “Dalemoni” inventato nelle sue cronache dall’indimenticabile Giampaolo Pansa, Giampa per gli amici, anche se lo hanno dimenticato a Repubblica celebrando i 50 anni della testata.

In quella commissione, non a caso finita presto in abrasivi e minacciosi giudizi di magistrati di primo piano dell’epopea giustizialista delle indagini rimaste famose come “Mani pulite”, prevalse nel confronto sulla giustizia la prospettiva delle carriere separate dei giudici e dei pubblici ministeri. Non si ricordano francamente segni di contrarietà o solo di disagio del presidente della commissione, tutto preso dalla leggenda che a sinistra si faceva di lui fra i padri ricostituenti, diciamo così, della Repubblica, essendo caduta la prima sotto la ghigliottina giudiziaria e avendo bisogno la seconda di un adeguamento costituzionale, appunto.