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Consiglio dei ministri lampo. La premier sente Mattarella che a stretto giro dà l'ok al decreto
La decisione matura in un Consiglio dei ministri lampo, convocato a sorpresa di sabato mattina dopo l'ordinanza dell'ufficio centrale della Corte di Cassazione. Mezz'ora di riunione, a cui partecipano in presenza solo la premier Giorgia Meloni, il sottosegretario alla presidenza Alfredo Mantovano e altri quattro ministri, tra cui Antonio Tajani e Francesco Lollobrigida. Gli altri sono collegati da remoto, alcuni dei quali dalla prefettura di Milano anche a causa degli impegni legati alle Olimpiadi
Ed è la presidente del Consiglio a chiarire subito la linea del governo: recepire l'indicazione della Cassazione sul contenuto del quesito ma senza intervenire sul calendario della consultazione. Insomma, il referendum sulla giustizia si terrà come previsto il 22 e 23 marzo. Perché, dice Meloni, non ci sono ragioni per uno slittamento. Eventuali ricorsi, aggiunge, verranno valutati se e quando arriveranno. D'altra parte, a Palazzo Chigi sono più che convinti che l'obiettivo del ricorso in Cassazione - promosso da 15 giuristi e sostenuto da 500mila firme - fosse proprio quello di spostare in avanti la data del voto, che sarebbe potuta scivolare fino al 12 e 13 aprile, visto che il 29 marzo è la Domenica delle palme e il 5 aprile è Pasqua. Due settimane in più che avrebbero dato tempo al fronte del "no" - che secondo i sondaggi sta recuperando terreno - di rafforzarsi. Non è un caso, fanno notare alcuni ministri durante la riunione, che l'ordinanza della Cassazione arrivi da un ufficio - quello per il referendum - dove siedono una ex deputata del Pd, Donatella Ferranti, e il giudice Alfredo Guardiano, pubblicamente schierato per il "no". Peraltro, è uno dei ragionamenti, la Cassazione aveva già approvato il quesito presentato con la raccolta firme dei parlamentari e in quell'occasione non aveva ravvisato l'esigenza di esplicitare i riferimenti costituzionali che potevano cambiare, questione oggi diventata indispensabile.






