Se nel 2021 con “Nomadland”, Chloé Zhao si era fatta un nome di prestigio, diventando la seconda donna a vincere l’Oscar alla regia (ora sono tre in tutto, calcolando prima Kathryn Bigelow e successivamente Jane Campion), è chiaro che con questo “Hamnet – Nel nome del figlio”, con l’invadente, ostinata pratica dell’accessorio italiano del sottotitolo, la regista cinese naturalizzata statunitense tenta ora di centrare il bis; e d’altronde il limite principale di questo film è proprio quello di evidenziarsi come un’opera programmata per questo, un lavoro puntigliosamente calcolato, dove l’emozione, che tuttavia fatica spesso ad accendersi, ma tocca sicuramente il culmine con la straziante morte del piccolo Hamnet, dovrebbe contagiare spettatori e l’Academy: non è un caso che nel film si inviti ad aprirsi al cuore, ma è altrettanto chiaro che spesso vince l’intenzione e non il risultato. “Hamnet – Nel nome del figlio” non è comunque un film ricattatorio, nemmeno nei momenti più lacrimevoli; e la figura di Agnes, in realtà Anne, moglie di Shakespeare e madre di Hamnet, è la figura centrale e dominante di un racconto, tratto dal romanzo di Maggie O’Farrell (qui co-sceneggiatrice assieme alla stessa regista, che è ulteriormente anche montatrice), che per tutta la prima parte demitizza l’immagine del Bardo, fino a farlo quasi scomparire: lo riconosciamo infatti solo per la scritta iniziale, che avverte come Hamlet e Hamnet fossero a quel tempo similari. Una prima parte contemplativa, che spiega l’incontro della coppia e che spesso è tentata da qualche eco malickiana, con la natura che prende il sopravvento, stemperando, in un intimismo estatico, le ruvide opposizioni al matrimonio da parte dei parenti. Così è solo nella seconda parte, quando Shakespeare intensifica il suo domicilio a Londra, iniziando a farsi un nome nel mondo della scena teatrale, e soprattutto dopo la morte precoce del piccolo Hamnet, che il film trova una sua forza più interessante, nel dissidio sempre più lacerante tra arte e vita (e natura), laddove l’insofferenza di Agnes diventa sempre più incontrollata. E tuttavia proprio questa evidenza ne rivela, paradossalmente, una più probabile banalità, adagiandosi tra l’altro a una ricostruzione d’epoca puntuale, ma anche accademica. Tracciando un parallelo tra il mito di Orfeo e Euridice, qui rovesciato in uno specchio altrettanto doloroso, e leggendo a distanza la grandiosità del poeta attraverso l’esperienza della donna che gli è vissuta (quasi) accanto, Chloé Zhao mette tutto in ordine, probabilmente troppo: così deve soprattutto alla prova maiuscola di Jessie Buckley la riuscita principale del film, mentre la consueta inafferrabile “evanescenza” di Paul Mescal, superlativamente adeguata in altre opere, qui tende a derubricare la genialità di Shakespeare, in un torpore a lungo anestetizzato. Voto: 6.