A volte ritornano. L’ipotesi di una mega fusione tra Glencore e Rio Tinto – che darebbe vita ad un gigante minerario da 260 miliardi di dollari – è di nuovo sul tavolo. Con tanto di conferma ufficiale, da parte di entrambe le società, sulla ripresa di trattative amichevoli.
A un anno dal fallimento dell’ultimo tentativo di accordo e circa dodici anni dopo un primo approccio andato a vuoto, le due società hanno di nuovo ingaggiato «discussioni preliminari per una possibile combinazione di alcune o tutte le attività, inclusa potenzialmente una fusione interamente tramite scambio azionario», si legge nei comunicati gemelli, diffusi in seguito a indiscrezioni di stampa.
Stavolta, viene precisato, sarebbe eventualmente Rio Tinto a comprare la concorrente, con un capovolgimento di ruoli rispetto al 2014, quando invece a farsi avanti – per essere subito respinto – era stato il gruppo svizzero, su iniziativa del carismatico fondatore Ivan Glasenberg, che all’epoca era ancora alla guida di Glencore e impegnato a farla crescere con un’aggressiva campagna di acquisti (solo due anni prima si era lanciato alla conquista di Xstrata, un boccone da 46 miliardi di dollari di enterprise value).
Da agosto Rio Tinto ha un nuovo ceo, Simon Trott, che ha evidentemente deciso di riprendere in mano il dossier da una posizione di forza. La mineraria anglo-australiana del resto oggi vale più del doppio di Glencore in termini di capitalizzazione – circa 142 miliardi di dollari contro 65 miliardi – ed è lei a guidare in questo giro di danza, in una fase di grande effervescenza per per l’M&A nel settore minerario. A giorni, con un via libera dall’Antitrust europea che viene dato per scontato, dovrebbe chiudersi anche il deal tra Anglo American e Teck Resources, che uniscono le forze per diventare il quinto produttore mondiale di rame.












