Diventa un caso la sentenza della Corte europea dei diritti umani che al diritto alla vita antepone la possibilità di interrompere comunque i trattamenti vitali: se la volontà di vivere espressa nel biotestamento è "manifestamente inappropriata", come recita la legislazione francese, i medici possono disporre altrimenti.
Il caso, su cui si è pronunciata Strasburgo, è quello di un cittadino francese morto nel 2022.
Dopo un brutto incidente era arrivato in ospedale in condizioni disperate e con attività cerebrale ormai assente. Per i medici i trattamenti di sostegno alla vita andavano interrotti. Pochi mesi dopo, ottenuto il via libera del Consiglio di Stato, sono stati quindi sospesi ed è deceduto.
L'uomo aveva però espressamente indicato di voler essere mantenuto in vita, anche artificialmente, se avesse perso definitivamente conoscenza e fosse stato incapace di comunicare. La moglie e le sorelle dell'uomo si sono quindi rivolte alla Cedu segnalando una decisione presa contro le volontà che aveva anticipato, e anche contro il parere unanime dei familiari.
La richiesta alla Corte era di condannare la Francia per aver violato il diritto alla vita del congiunto, ma i giudici hanno stabilito che non c'è stata alcuna violazione, e che le decisioni dei medici possono appunto prevalere sulla volontà del paziente, come indicato dalla legge francese. La sentenza costituisce un precedente per tutti gli Stati aderenti al Consiglio d'Europa in casi analoghi e dove la legge che regola la materia e le procedure seguite per giungere alla decisione siano equiparabili.







