Si può cominciare dal finale per raccontare “La Bayadère” andata in scena all’Opera di Roma. Da quello stupefacente manège di doppi assemblé en tournant eseguito da Paul Marque che ha entusiasmato la platea. Acclamazioni da superstar che ben si addicono a questa étoile dell’Opéra di Parigi ospite di Roma insieme all’altra étoile parigina Sae Eun Park. Due gioielli immersi in un oriente esotico e affascinante fra ventagli, fantasmi di fanciulle e tutù bianchi. Un elefante di cartapesta e tanti armigeri. Fachiri, schiavi, un idolo d’oro. Un bramino sporcaccione. Una principessa cattiva e una danzatrice sacra innamorata. In mezzo un guerriero diviso fra passione e dovere.
Era la prima volta che le due star ballavano a Roma e c’era attesa fra gli amanti della danza che hanno affollato la sala per assistere a un colossal orientale, una vicenda d’amore e morte, con al centro un capolavoro della danza di fine 800: la poesia lunare delle ombre, ventiquattro fanciulle in tutù bianco che una per volta entrano in scena in alto a destra e lungo uno scivolo avanzano ripetendo all’infinito sempre lo stesso passo, un arabesque penché. Momento ipnotico e minimalista ante litteram che il corpo di ballo dell’Opera di Roma, guidato da Eleonora Abbagnato ha eseguito alla perfezione. Ma tutta la compagnia è tecnicamente molto preparata.






