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Salvini lo vorrebbe fuori dall’alleanza. La tentazione Meloni: è meglio gestirlo

Il personaggio non è fesso. In 24 ore il generale si è trasformato in un politico navigato. «Innanzitutto - è la dottrina che Vannacci decritta in confidenza - la mia coerenza. Sono per una destra vera, non post-ideologica e sono rimasto nella Lega fino a quando rischiavo di non essere più coerente. Sono meravigliato per il livore e la rabbia di Salvini. Non userò i suoi toni. Mi vuole fuori dalla coalizione? Se fossi in lui non parlerei sull'onda dell'emozione. Mi considero ancora un interlocutore del centrodestra, non sono contro la Meloni e voglio essere nel perimetro della coalizione per renderla più forte.

Per andare d'accordo, però, bisogna essere in due. Ci sono fili rossi che non posso oltrepassare, che non posso tradire: se dico che non bisogna dare le armi a Zelensky, poi non possono dire sì ad un decreto che le dà; se promettiamo di cancellare la legge Fornero, poi non possiamo ampliarla; se a Bruxelles voto contro il Mercosur, poi non posso accettare il sì dell'Italia. Patti chiari: altrimenti abbiamo il 52% degli italiani che non va a votare». Sono pensieri che risuonano nei palazzi della politica per essere decifrati, per calcolare le conseguenze dello strappo del generale: nel centrodestra per capire se è gestibile o recuperabile; a sinistra per approfittarne. «È un gran casino» ammette il ministro Zangrillo mentre gli arrivano alle orecchie gli strali di un Salvini fuori di sé contro «il traditore senza onore». Ma nella Lega non sono pochi quelli che parlano con il tono dell'«avevo detto».