Maja T., 25enne attivista antifascista, persona non binaria, considerata la versione tedesca del caso Ilaria Salis per le molte analogie con la vicenda dell’eurodeputata, rischia 24 anni di carcere. È accusata di violenti pestaggi avvenuti l’11 febbraio del 2023 in Ungheria, durante il Giorno dell’Onore, raduno di nostalgici delle SS che ogni anno si ritrovano a Budapest. A suo carico l’accusa di lesioni giudicate «potenzialmente mortali» dal pubblico ministero, mentre la sua difesa parla di «insussistenza delle prove e sproporzione dell’impianto accusatorio».

Dall’Italia, a sostegno dell’attivista tedesca, ha parlato proprio Ilaria Salis: «Il procedimento a carico di Maja e Gabri, come quello contro tutti gli antifascisti, è un processo farsa. Non ci sono dubbi. È un palcoscenico kafkiano su cui va in scena lo squallido spettacolo della punizione esemplare che il regime infligge ai propri nemici. Non mi aspetto buone notizie dalla sentenza su Maja T. e Gabriele M. Si tratta di procedimenti pesantemente condizionati, se non addirittura orchestrati, dal governo Orbán. Il quadro indiziario a carico degli imputati è estremamente labile: Maja e Gabri non sono mai stati riconosciuti, né dalle vittime né dai testimoni. A tutto questo si aggiunge il clima di campagna elettorale in Ungheria. Per l'estrema destra orbaniana, lo 'scalpo degli antifascisti stranieri' è uno strumento di propaganda populista particolarmente efficace, funzionale a rafforzare una narrazione securitaria e repressiva nonché alimentare l'idea di un paese assediato da nemici esterni. È in questo contesto che va letta la sentenza. Alla luce di tutto ciò, dobbiamo continuare a chiedere con forza che Maja, tanto più considerando l'illegalità della sua estradizione, venga trasferita in Germania e sottoposta lì a un procedimento equo. E che nessun antifascista sia estradato in Ungheria», conclude.