La frana di Niscemi non è, come inizialmente dichiarato da più parti, una sorpresa; è stata l’evoluzione naturale di una fenomenologia gravitativa, nota da tempo, ignorata e sottovalutata, che rispecchia completamente i meccanismi di traslazione tipici delle frane definite in letteratura geologica come «planari». Queste frane, generalmente di grandi estensioni e volumi, avvengono quando incorrono tre condizioni: un versante a franapoggio, cioè gli strati si immergono nella stessa direzione ed inclinazione del pendio; una sequenza di formazioni litologiche generalmente costituite da alternanze di materiali a componente sabbiosa alternati a livelli più marcatamente argillosi; l’apporto di acqua in profondità in grado di alterare la coesione dei livelli argillosi, cioè lubrificarli. Se le prime due condizioni sono immutevoli, la terza, l’acqua, è invece variabile, dipendendo dalla intensità e durata delle precipitazioni, nonché dall’efficacia dei sistemi naturali o artificiali di drenaggio e dal rapido allontanamento delle acque dal versante. La dimensione della frana è quindi strettamente collegata alla permeabilità del terreno e alla profondità che l’acqua d’infiltrazione può raggiungere, condizioni possibili in presenza di eventi di precipitazione prolungati ed intensi, come è avvenuto in Sicilia e come, con molta probabilità, avverrà con sempre maggiore frequenza in futuro a seguito di un manifesto cambio climatico del bacino mediterraneo (studi Cnr-Enea).