Sarà la frana a decidere il destino delle case di Niscemi e dei suoi abitanti.
Antica di almeno tre secoli e ormai estesa lungo un fronte di circa cinque chilometri, la frana è alimentata da un "meccanismo composito", che agisce in modo diverso nel sottosuolo, fino a decine di metri di profondità e in modo molto lento, e in superficie, con movimenti rapidi e continui.
"La frana è caratterizzata da due modalità", osserva Angelo Amoruso, esperto di stabilità dei pendii e ordinario presso il dipartimento di Ingegneria strutturale e geotecnica della Sapienza Università di Roma. "La modalità principale è lo scorrimento planare", con il materiale che si muove verso il basso nel punto di contatto fra sabbia e argilla, provocando una rottura nell'argilla. Questo meccanismo è lo stesso che ha generato la frana dei 1790, la più antica di cui sia arrivata una descrizione, e quella del 1997.
A riattivare periodicamente la frana in profondità potrebbe essere "un cambiamento delle condizioni idrauliche nel sottosuolo": l'acqua esercita una pressione che riduce la resistenza del terreno fino a generare una rottura.
Quando la rottura avviene, lo strato di argilla scivola e lascia a monte la scarpata che, aggiunge l'esperto, "ha condizioni di instabilità locale" e che "è in evoluzione continua, con crolli e meccanismi che si formano localmente". L'estremità superiore della scarpata è quella sulla quale poggiano gli edifici più esterni di Niscemi, che oggi sono molto più vicini a questa zona, chiamata 'coronamento', di quanto lo fossero nel 1997.













