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Icona di forza e di proletariato dall’anima pop, ora è tornato ad essere solo un’arma primitiva
Probabilmente, i nostri antenati del Paleolitico che per primi legarono una pietra a un bastone con nastri di cuoio e tendini di animali non pensavano che - suppergiù trentamila anni dopo - la loro invenzione sarebbe diventata il centro dell’agorà mediatica in Italia. Così come non lo avrebbe potuto presagire Yevgeny Kamzolkin, l’uomo che nel 1918 propose di utilizzarlo, incrociato a una falce, come simbolo delle celebrazioni moscovite della festa dei lavoratori. Eppure, per uno di quegli affascinanti arabeschi della storia, il martello, prima evoluzione tecnologica dei chopper , i sassi con cui l’ Homo habilis tre milioni di anni prima iniziò a spaccare ossa e noci, nel corso dei secoli ha varcato i confini della sua pura utilità, diventando metafora cangiante buona per ogni ideologia.
D’altronde, pochi oggetti come il martello sono istintivamente portatori di concetti astratti, i preferiti da filosofie e religioni. Nella mitologia norrena, Thor ammazza giganti e percuote il Valhalla con il suo infallibile e meraviglioso Mjöllnir, forgiato dal nano Sindri. Un po’ arma - come il Kriegshammer e il Bec de corbin usati dagli eserciti tra XIV e XVI secolo per spaccare gli elmi dei nemici - e un po’ anello di congiunzione fra il mondo degli Asi divini e la feroce realtà dei vichinghi, il martello viene inciso sulle lapidi di tutta la Scandinavia, si unisce alla croce sui pendagli durante la cristianizzazione, trascende se stesso. Incessante, picchia sull’incudine dell’immaginario e sprigiona lapilli di suggestioni.






