Un ampio studio su “Science” mostra che l’eccellenza sportiva adulta segue traiettorie diverse dal successo precoce e mette in discussione i modelli di selezione giovanile.

Ogni anno, migliaia di atleti in erba vengono etichettati come “talenti”. Vincono gare giovanili, entrano nelle squadre d’élite, attirano attenzioni, investimenti, aspettative. A dodici o tredici anni sembrano già destinati al successo. La ricerca sulla performance ha finora mostrato che, tra bambini e adolescenti, un avvio precoce e una pratica intensa in una singola disciplina sono associati a miglioramenti più rapidi. Su questa base, accademie sportive e programmi federali in tutto il mondo hanno adottato lo stesso modello: selezionare presto i più promettenti e accelerarne lo sviluppo attraverso una specializzazione sempre più anticipata.

Ma davvero gli atleti eccezionali da giovani sono gli stessi che diventano campioni da adulti? E i fattori che favoriscono il successo precoce sono gli stessi che caratterizzano i fuoriclasse al picco della carriera?

Queste domande non erano mai state affrontate in modo sistematico. Oggi, lo sono grazie a un recente studio pubblicato su "Science” (Arne Güllich et al. “Recent discoveries on the acquisition of the highest levels of human performance”), che sintetizza le evidenze più complete finora disponibili sullo sviluppo dell’eccellenza umana. Gli autori hanno utilizzato 19 dataset che includono 34.839 “top performers” adulti di livello internazionale in diversi domini — tra cui campioni olimpici, musicisti di fama mondiale, scacchisti d’élite e premi Nobel. In ambito sportivo sono stati esaminati oltre 50 mila atleti, inclusi 3.375 medagliati, in tutte le discipline olimpiche, combinando analisi prospettiche (seguendo nel tempo gli atleti junior) e retrospettive (ricostruendo il passato degli atleti senior).