PORDENONE - Il dibattito sulla sicurezza giovanile a Pordenone sta attraversando una fase incandescente, tra coltelli e risse che ormai non risparmiano più nessuna zona. Nelle ultime settimane abbiamo raccontato i conflitti nell'area della stazione e raccolto la voce degli studenti, che si dicono pronti ad accettare i metal detector a scuola pur di sentirsi al sicuro. Ora, però, cambiamo prospettiva: siamo andati a parlare con chi le strade le vive e le presidia ogni giorno.

Gianbattista Boer coordina una squadra di oltre cento steward urbani - professionisti della sicurezza sussidiaria che gestiscono la tutela delle persone - e non usa giri di parole per descrivere quello che sta succedendo. «Il problema esiste eccome, ed è una realtà di fatto», esordisce Boer. «Non parlo per vaghe impressioni, parlo perché sto sul territorio con i miei ragazzi, gestisco la sicurezza nei locali e vedo tutto quello che ci gira dietro». Secondo Boer, Pordenone sta vivendo una trasformazione profonda. Negli ultimi sette anni la città ha perso quella tranquillità storica che la caratterizzava: «Oggi l’emergenza sta crescendo, fino a poco tempo fa non avevamo a che fare con questa diffusione di lame, con lo spaccio pesante o i questuanti ovunque». Un aspetto su cui Boer insiste è che la violenza non ha passaporto: oggi non c’è più differenza, con ragazzi di ogni provenienza totalmente amalgamati negli stessi atteggiamenti di sfida. «I ragazzi oggi sono uniti in questa nuova sfrontatezza, indipendentemente dalle loro origini».