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3 FEBBRAIO 2026
Ultimo aggiornamento: 14:31
Alle categorie dei “giochisti” e “risultatisti”, nelle quali sono stati incasellati negli ultimi anni gli allenatori italiani, è giunto il momento di aggiungere quella dei “lamentoni”, versione più elaborata e sofisticata dei “piagnoni”. È una specie trasversale, nella quale si ritrovano tutti insieme appassionatamente, giochisti e risultatisti, in nome di un sentimento molto italiano: protestare, accusare, gemere.
I “lamentoni” hanno alzato la voce, anche in questo caso rispettando un copione consolidato, a metà stagione, quando l’incrocio diabolico mercato-spremuta di partite ha scosso i nervi dell’ambiente. L’inverno, il manto erboso non sempre in condizioni irreprensibili, la stagione che avanza, il calendario che non dà tregua, l’usura inevitabile, le questioni di classifica, gli errori arbitrali purtroppo ancora elevati, nonostante la moviola: un frullatore che alimenta il serbatoio della protesta. Il rappresentante più illustre, per curriculum (10 trofei, una promozione, 5 Panchine d’oro, 12 premi personali compreso quello di allenatore dell’anno in Premier) e lignaggio – ha guidato Juventus, Inter, Napoli, Chelsea, Tottenham e nazionale azzurra – è Antonio Conte. Il suo j’accuse è stato scagliato contro l’elevato numero di partite, a suo giudizio causa principale della valanga di infortuni che hanno travolto i campioni d’Italia in carica. Lunedì, a Coverciano, dove ha ricevuto la quinta panchina d’oro – record –, Conte è tornato sull’argomento: “Tutti parlano del problema e si lamentano, ma nessuno fa niente. C’è una certa difficoltà a prendere posizione, mentre la federazione tedesca, come ho letto da qualche parte, sta esaminando la questione”.






