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La mutazione dei No Tav è forse il più grande salto di qualità del nuovo modello di guerriglia urbana che fa da sfondo all'alleanza politica tra sinistra e islamismo radicale
Il direttore del Fatto quotidiano, Marco Travaglio, mi ha citato ieri nella sua squisita e sarcastica rubrica «Ma mi faccia il piacere». Nell'intento di sottolineare un mio cambio di posizione sul tema No Tav, all'indomani della guerriglia terroristica andata in scena a Torino con la scusa di difendere il centro sociale sgomberato Askatasuna, tocca il punto centrale del problema. È vero. Io sono uno dei giornalisti che hanno meglio conosciuto la Val Susa. E da oltre quindici anni ne seguo le evoluzioni. Sono quindi uno dei più indicati a spiegare alla sinistra, che sul tema No Tav è sempre stata divisa in due, la mutazione in violenza di quella valle e delle sue finalità politiche. Dal sogno pacifista di una nuova democrazia resistente (il quadro di anni fa, citato da Travaglio) a vero e proprio campo di addestramento paramilitare, organizzato in simbiosi con gli anarchici torinesi e non solo, infiltrato da miliziani siriani e oggi capace di mettere in piazza migliaia di guerriglieri perfettamente organizzati. È proprio come scrive Travaglio. La mutazione dei No Tav è forse il più grande salto di qualità del nuovo modello di guerriglia urbana che fa da sfondo all'alleanza politica tra sinistra e islamismo radicale.






