Uno sciopero e una manifestazione “contro la guerra, il riarmo e l’utilizzo dei porti come snodi della logistica bellica”. A promuoverla per venerdì 6 febbraio, a Bari e in molti altri porti del Mediterraneo, da Barcellona a Tangeri, è l’Unione sindacale di Bari insieme ad altre sigle della sinistra radicale.

Ma gli organizzatori dicono che la questura ha negato l’autorizzazione. In realtà, non c’è stato ancora alcun diniego: la richiesta sarebbe ancora in fase di valutazione perché l’area richiesta per manifestare sarebbe privata e di competenza dell’autorità portuale dell’Adriatico Meridionale.

Ma per Teresa Indiveri, di “Bari per la Palestina”, è stato “negato un diritto costituzionale: il porto di Bari è un luogo pubblico, un’infrastruttura civile e un luogo di lavoro, centrale per la vita economica e sociale della città. Vietare una manifestazione pacifica al suo interno significa negare l’esercizio di un diritto costituzionale, limitando la possibilità di esprimere dissenso proprio nel luogo direttamente connesso alle ragioni della protesta”.

Dentro o fuori il porto, loro comunque ci saranno: "Il 6 febbraio resta una giornata di mobilitazione contro la guerra, contro il trasporto di armi e per i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori portuali".