Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano
Ultimo aggiornamento: 6:09
Chiunque voglia tentare un approccio complessivo e necessariamente sintetico al lavoro artistico di Carlo Cecchi, attore e regista di teatro straordinario ma pure originale interprete cinematografico e televisivo, si trova di fronte a un’impresa non agevole.
Anche limitandosi al contributo teatrale, si tratta di confrontarsi con un repertorio di spettacoli non solo vastissimo ma estremamente diversificato, che va da Shakespeare alla farsa napoletana, da Molière a Büchner, da Majakovski a Brecht, da Pirandello a Eduardo De Filippo e ad alcuni dei massimi autori contemporanei: Beckett, Pinter, Bernhard. E si tratta di un elenco largamente incompleto. In ogni caso non si può che partire da un dato di fondo: la radicale estraneità di Cecchi rispetto alla realtà della nostra scena. Un’estraneità che egli ha sempre rivendicato, come testimonia Claudio Meldolesi nell’ormai classico Fondamenti del teatro italiano (1984): “Cecchi mi ha detto ‘io non faccio parte del teatro italiano’”.
Questa disappartenenza riguarda sostanzialmente il teatro di regia, che agli inizi degli anni Sessanta, quando Cecchi avvia la sua carriera, è al potere alla guida degli Stabili. Egli lo rifiuta in radice, considerandolo un teatro “che nega in fondo se stesso, perché se neghi, impedisci agli attori di essere attori, neghi la possibilità stessa del teatro”. Per questa precoce presa di coscienza risultano decisivi due apprendistati di quel decennio: con il Living Theatre e con Eduardo. E’ soprattutto grazie al secondo che egli ha modo di rafforzare nella sua visione teatrale il riconoscimento dell’assoluta preminenza dell’attore e di scoprire le potenzialità del dialetto.






