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Quest'Europa lenta nell'affrontare i problemi e burocraticamente asfittica nel risolverli non potrà sopravvivere se non sarà in grado di decidere

Tutto vero, tutto giusto. Anche in occasione della laurea "ad honorem" conferitagli dall'Università belga di Lovanio Mario Draghi ha recitato il solito discorso perfetto. L'ex Presidente della Bce ha spiegato, una volta di più, che l'Unione Europea non è in grado di esercitare il minimo potere. E quindi se non cambia trasformandosi in una vera "federazione" è condannata a morire. O alla mesta sopravvivenza di un vaso coccio tra i vasi di ferro. Il problema nel caso di Draghi è però la "banalità del bene". Le sue parole, per quanto dotte, non contengono alcuna novità. Si limitano sottolineare quel che da troppo tempo è sotto il naso di tutti. E che tutti - dai frequentatori dei peggiori social alle più alte cariche istituzionali - hanno capito.

Quest'Europa lenta nell'affrontare i problemi e burocraticamente asfittica nel risolverli non potrà sopravvivere se non sarà in grado di decidere. E soprattutto di governarsi. Ma come farlo? Cambiando cosa? A queste domande Mario Draghi si guarda bene dal rispondere. Invece da chi ha guidato la principale istituzione finanziaria dell'Unione ci aspettiamo proprio questo. Da chi ha visto in faccia il cancro che divora questo pachiderma senz'anima ci attendiamo la diagnosi fredda e drastica di un chirurgo capace di spiegarci dove tagliare e cosa trapiantare. Da lui vogliamo sapere come cambiare i trattati così da trasformare la Commissione in un autentico governo dell'Unione. O come dare ad Parlamento Europeo la capacità di legiferare anziché limitarsi a votare le proposte della Commissione. E soprattutto come cancellare quel dualismo tra Commissione e Consiglio Europeo che rappresenta il vero ceppo a cui è incatenato il mostro a 27 teste. Ma non solo.