“Sulla cartella clinica c’era scritto che sarei rimasta sterile”. Nancy Brilli lo dice senza enfasi, come un dato di fatto. L’endometriosi al quarto stadio, diagnosticata in età adulta, ha inciso sulla sua vita privata e professionale molto più di quanto il pubblico abbia mai saputo: “Desideravo tantissimo avere figli, ne avrei voluti almeno tre. Invece sono riuscita ad averne uno solo, Francesco. Ma è stato un miracolo“. Un figlio arrivato contro ogni previsione, “grazie alla mia caparbietà” e anche agli ormoni dell’ex marito Luca Manfredi, come racconta in un’accorata intervista al Corriere della Sera. “Uno solo, ma di ottima qualità”.
La malattia ha avuto conseguenze concrete anche sul lavoro: “In due occasioni ho dovuto rinunciare a delle proposte perché stavo malissimo. Ma nel nostro ambiente non puoi dire che stai male. Così mi sono costruita una fama pessima: quella della snob che rifiuta i ruoli”. In realtà, racconta, “avevo veri e propri salassi di sangue”. A questo si è aggiunta una beffa surreale: “Sono stata data per morta più volte su internet. “È morta l’attrice Nancy Brilli”. No, sono viva”.
Oggi Brilli è in tournée teatrale con Il padrone, black comedy di Gianni Clementi diretta da Pierluigi Iorio, in scena dal 10 marzo al Teatro Quirino di Roma. Nello spettacolo interpreta Immacolata, un personaggio che lei stessa definisce “terribile, arrivista, manipolatrice, ladra”. Un ruolo volutamente lontano dal suo carattere. “L’ho accettato proprio perché distante da me. Mi sono trovata a pronunciare battute orrende”. Una su tutte: “’Baffetto, cioè Hitler, c’aveva proprio ragione co’ ’sti ebrei’”. Una frase che rende Immacolata “ripugnante”, senza attenuanti. Il testo ha imposto anche una scelta pratica: il cambio di titolo: “Non si intitola più L’ebreo. Abbiamo dovuto rinunciare perché in alcune città — Milano, Torino, Verona — non sarebbe stato possibile portarlo in scena: c’erano state intimidazioni”. Ora il titolo è Il padrone, come il romanzo originale di Clementi, da cui è tratta la drammaturgia. La vicenda è ambientata a Roma durante le leggi razziali del 1938: una coppia diventa intestataria dei beni di un ebreo deportato. Quando l’uomo torna vivo, si apre il conflitto morale: “Il marito vuole restituire tutto. Immacolata no”.









